sabato 11 dicembre 2010

CANDIDA mente (“Il faut cultiver notre Jardin”)

di Nazario Zambaldi

“Penso, dunque Cartesio esiste”

Saul Steinberg
(1904 – 1999)


"Il faut cultiver notre jardin"
that is so true - especially in autumn! I try to remove the falling leaves from my parents garden... hard job!
Il mio italiano n'existe pas vraiment, so how's your english? I understood you organize a festival! Tell me about it... Tell me when you would like to come and see me, and we'll make it possible...

Così la risposta di Jan Tilman Schwab1 a una mia missiva a distanza di alcuni anni. Non lo vedo né ho sue notizie infatti da quando mi trovavo a Parigi con una borsa di studio Erasmus nel 1996, per studiare filosofia, letteratura francese, storia medievale, ma anche per fare una mostra di quadri, vedere film e persone, ora alcune di queste sono storia come Derrida, Grotowski, Bene, e tutte continuano a vivere nella mia testa alleggerita dalle farfalle. Jan calciava una lattina ripetendo la frase “Il faut!” e io la ricalciavo. Era sera, nei pressi del Centre Pompidour, all’ingresso del Metrò, mi aveva detto poco prima di essere nipote di uno dei due musicisti Weber, omonimi, quindi non ricordo più di quale.
Gli ho inviato un’e-mail, avvantaggiandomi dei mezzi che la technè ci offre nel panopticon diffuso che è il nostro mondo globale, o glocale, la nostra società trasparente, facendogli eco, ripetendo il motto: “Il faut!”2.
Gli ho dedicato anche, sempre per rimanere nella trasparenza, la sequenza iniziale del film “Le conseguenze dell’amore” di Paolo Sorrentino, autore di un libro da spiaggia dal titolo commovente “Hanno tutti ragione”, parole della mamma dell’autore che oggi possono ben rappresentare l’atteggiamento incantato e disincantato di quello che potrebbe essere un canto funebre di Candide.
Candidamente quindi mi accingo a presentare, non prima di indicare il titolo del brano che accompagna la sequenza di apertura del film “Le conseguenze dell’amore” e, metaforicamente, questo scritto, il testo “Morte e rappresentazione o della vita rappresentata” di Pietro Babina, già regista di Teatrino Clandestino.

Autore, titolo del brano:
Lali Puna, The Scary World Theory3

Testo della canzone:

I've never said you'll have to
be afraid
of the cookie monster
beside your bed

It's not the real
The real one's in your head
Beyond control
The true one cuts you dead

It's a real fight
It's a war

When destruction takes over
There is no escape
Every shot on target
Perpetrator knows how to strike




Morte e rappresentazione o della vita rappresentata4
Si potrebbe tracciare un’analogia tra i diversi atteggiamenti sentimentali che noi esseri umani teniamo nei confronti di un’imminente (non metaforica) morte, nostra o altrui e l’atteggiamento che l’artista assume nei confronti di un’opera le cui alternative sono: rappresentare e mostrare la rappresentazione (ancora una volta mi trovo a pensare che l’atto artistico è legato alla consapevolezza della morte o meglio alla vanità di ogni cosa). Tornando a prima: quando siamo noi stessi l’oggetto dell’imminente morte, qualsiasi atteggiamento terremo, questo non potrà essere considerato insincero in quanto noi e la gravità dell’evento che ci attende, siamo inscindibili, siamo la stessa cosa e quindi ogni tipo di rappresentazione di questo nostro stato, sarà libero dal rapporto problematico con il vero poiché lo sarà implicitamente; mentre nel caso in cui l’oggetto della imminente o avvenuta morte sia altra persona da noi, ecco che il nostro atteggiamento si riferirà alla rappresentazione della rappresentazione, cioè alla mostra della rappresentazione (in giusto modo tenuta) che può a volte conformarsi, per coerenza di rappresentazione, all’atteggiamento del morente, ma sempre con mostra della rappresentazione che trova la sua mimesi con il vero grazie alla mediazione delle convenzioni sociali. Nell’artista queste due condizioni convivono e si possono mostrare contemporaneamente, alternatamente o in successione. Si potrebbe dire che la spinta creativa sia la presa d’atto della morte che sempre è per l’artista la propria e lo riguarda in quanto MEMENTO MORI. In questo stato di terrore, l’artista compie un atto che riguarda questa sovrapposizione: la rappresenta in vivere. Nello stesso momento successivamente o alternatamente osserva questa rappresentazione e in questo stato di post-terrore l’artista compie l’atto di mostrare la rappresentazione, cioè la presa d’atto, di coscienza di rappresentare e qui comincia il vero problema dell’arte. Questo detto: è mio parere che il contenuto e la forma non siano disgiungibili e non mi riferisco ad una forma specifica di un contenuto specifico, ma intendo dire che secondo me esiste un unico, un solo contenuto e cioè la Vita come unica rappresentazione, la quale ci appare nel momento del suo mancare, nella morte. Per questo contenuto si danno infinite forme, ovvero rappresentazioni della rappresentazione. Nel processo artistico si susseguono rapidamente la contemplazione della vita e il terrore scaturente dall’intuizione della possibile assenza di quest’ultima e quindi la necessità che la rappresentazione vita venga rappresentata, per ribadirla e rinnovarla e così trattenerla dall’oblio di una morte totale. In sostanza mi sento di dire che il vero gesto artistico non è un atto di semplice rappresentazione, il quale pertiene alla nuda vita, ma è l’atto della rappresentazione della rappresentazione per il quale ci appare la vita e in quanto tale cosciente, formalmente esplicito e pensato. E per concludere (solo in questa sede temporale), solo ciò che scaturisce da questo processo può essere definito OPERA nel senso dell’arte e in questo si distingue decisamente dall’atto creativo.

Domanda: che posto prende allora il meta(linguaggio)?
Forse è una categoria che va rivista o addirittura eliminata, per quanto come modello sia pratico, forse distorce la realtà dei fatti del rappresentare confondendo proprio laddove vorrebbe spiegare… Ora una performance come quella esposta dal Teatrino Clandestino, conferma questa analisi, rafforzandola per la sua caratteristica di essere “in vita” al contempo evidenzia con forza il rappresentare consapevole di questa rappresentazione attraverso una serie di artifizi non fini a se stessi. L’apertura di un sipario che ci dischiude la possibilità di veder e quindi di affacciarci alla rappresentazione e che poi incornicia l’intera durata della visione riconduce al concetto prima espresso dello stato di post-terrore. Si veda anche come l’artista Teatrino Clandestino si immette in doppio ruolo nella struttura OPERA, in prima posizione come elemento della rappresentazione e in seconda posizione come osservante della rappresentazione, ma ancor più il dispositivo permette quell’arretramento del punto di contemplazione, fondamentale al concetto di rappresentazione della rappresentazione. Tengo a far notare come il teatro in quanto disciplina impura, sia naturalmente la fucina della doppia rappresentazione unendo l’arte dell’attore (in vita) a quella del regista (in contemplazione) non a caso strumenti simbolici del teatro sono la maschera e il sipario: la rappresentazione e la cornice della rappresentazione, nonché due sistemi simbiotici dell’occultamento e dell’ironia.

Vita e rappresentazione o della non vita rappresentata
Caro Pietro,
la tua nuova missione appena iniziata oltre, fuori, forse al di là di TEATRINO CLANDESTINO ti toglie dalla clandestinità in un senso parallelo, complementare, forse tangente a un senso collettivo e mi mette nelle condizioni di risponderti dopo quattro anni. Mi avevi visto un anno prima all’Accademia di Belle arti di Bologna dove mi ero diplomato in pittura, a mettere in scena proprio quella morte metaforica ma anche reale dell’attore in scena crocifisso secondo Grotowski, la “figura” del teatro contemporaneo come negazione del personaggio. Ero Bartleby, lo spettacolo era “NO (A Story of Wall Street)”5 vagavo perso nello sguardo tra un paravento, due finestre cieche, in scena ero assistito da tre attori in calzamaglia (sul capo) e da un gruppo di persone e attori della Casa Basaglia di Merano. Il tutto rimaneva su un piano bidimensionale di occultamento, era un affacciarsi senza esporsi alla realtà, era vivere il “doppio del teatro” o meglio il mio doppio nel teatro senza farlo uscire da me, un alibi ancora per resistere ossessivamente allo svaporamento della paura infantile, era, solo ora lo so, la messa in scena della rappresentazione di me, meta teatrale perchè reale troppo reale, o umana troppo umana, quindi ciò che di più imperdonabile c’è nel teatro, ovvero l’ingenuità. Tra le persone allora assistite dalla psichiatria quell’IO NON IO “normale” che in scena vagava cercando di raggiungere un pubblico che era quello della quotidianità, al di là del vetro di una finestra senza cornice, l’io rallentato quasi catatonico non recitava, semplice mente esponeva la sua assenza presente, si esponeva propriamente a un ridicolo muto, la ridicola realtà sottopelle del vuoto affettivo, vapore sul cristallo, schiuma che poteva lavare una pioggia sottile. La frase che ancora posso ripetere è quella di Barleby “I prefere not to”, finalmente non timida cicatrice ma nel senso di Deleuze e Agamben, come lingua che parla un’altra lingua o formula della creazione, vita. Insieme a Melville mi trovo a dissociarmi dalla dissociazione, a non ritrovarmi in questa società che portando all’estremo la scissione antropologica inaugurata da Platone e enfatizzata da Cartesio nella modernità, non lascia alternativa se non l’humor vacui: al no preferirei di no.
Bis
Caro Jan,
un altro “italiano che non esiste”, ma resiste, o ci prova, ovvero chi ti scrive, ti verrà a trovare a Kiel, come promesso, e faremo una passeggiata. Parleremo anche del giardino da coltivare; forse anche del giardino o campo da gioco del calcio e del suo ruolo nella comunicazione di massa.
Spero il dialogo potrà continuare nel festival di maggio “CRATere piccola rassegna di arte, umanità e teatro contemporaneo” tra Merano, Bolzano e Trento. Tutte braccia rubate all’agricoltura!
A presto, Nazario

La scuola come giardino da coltivare
Dovendomi assumere la responsabilità di alcune note sulla scuola come luogo della rappresentazione, relazionale, sociale, didattica, ovvero della classe come laboratorio, porterò l’esperienza di alcuni momenti di quella che se si vuole si potrebbe indicare come una didattica ludica, nel senso di sovrapporre una pratica, piuttosto che una teoria, dei giochi, al contesto del gruppo ristretto della classe. In questo senso emergerà la possibile attivazione oltre che di alcuni tratti intersoggettivi sul piano cognitivo, della creatività come motivatore intrinseco nella lezione, in rari fortunati momenti a scuola secondaria come nella pratica maturata in attività di gruppo teatrali e artistiche negli anni con bambine e bambini della scuola d’infanzia e elementare, ragazzi e adulti, tra questi ultimi in particolare i pazienti psichiatrici nel laboratorio presso la Casa Basaglia a Merano. Il tema del rapporto tra piano emotivo e cognitivo, ovvero tra apprendimenti e saperi organizzati in termini logico iconici delle attuali giovani generazioni rispetto alla tradizionale organizzazione logico narrativa è quel campo la cui coltivazione va al di là del ristretto ambito della scuola come “serra” o “laboratorio protetto”.

La tartaruga di Zenone
Fondante per la distinzione occidentale tra realtà e rappresentazione è la scelta nel bacino mediterraneo dell’opzione parmenidea rispetto all’alternativa “olistica” eraclitea. Parmenide attribuisce statuto di verità, che allora significava “realtà”, all’essere in quanto essere, grazie anche all’intervento delle figlie del Sole che lo trasportano a contemplare la “ben rotonda verità”, naturalmente, in volo. Sulla linea tracciata da Parmenide rispetto al circolo di Eraclito si inscrive la sequenza seriale delle matematiche, la difesa di Zenone del maestro affermando attraverso i paradossi l’irrealtà del mondo fenomenico, per arrivare in una progressione che potremmo dire narrativa o – persino – fenomenologica, in una parola, storica, al cinema come immagine, alla tecnologia come pratica. Non a caso il filosofo Gilles Deleuze nella sua “Logica del senso” dedicò al paradosso della tartaruga in competizione con Achille pagine importanti, prima di dedicare sé al cinema e al suo linguaggio come campo di pratica filosofica. Perché dunque scomodare quest’animale docile, longevo, letteralmente fuori del tempo che metaforicamente potremmo assumere a simboleggiare il filosofo, la mente, mentre Achille dal piede veloce (ma forse non va dimenticato il tallone !) potrebbe essere l’artista, l’intelligenza emotiva … Forse come giustificazione basterebbe ricordare a quanti appartengono alla mia generazione, ma anche le successive la conoscono, prova me ne danno i miei figli ancora bambini come i ragazzi in classe, la canzone interpretata da Toffolo il cui testo (Lauzi-Caruso) degli anni Settanta faceva così: “La tartaruga un tempo fu - un animale che correva a testa in giù - come un siluro filava via - che ti sembrava un treno sulla ferrovia - ma avvenne un incidente - un muro la fermò …”; un invito pedagogicamente utile alla lentezza. Tornando alla tartaruga di Zenone e al paradosso che aveva lo scopo primario di difendere il maestro dai detrattori postumi attraverso un argomento contro il movimento … veloce di Achille (o della freccia) ma anche di quello - relativamente - lento della tartaruga, vorrei ripercorrerne l’utilità già sperimentata in classe per provare la precarietà dell’esistenza reale e delle interpretazioni filosofiche e scientifiche, impresa particolarmente semplice nella nostra attuale condizione di homo televisivus. Come noto la tartaruga non ha ancora raggiunto, dopo secoli e millenni, Achillle, non solo per la longevità che definisce entrambi come creature mitiche, ma anche perché secondo un ragionamento matematico poggiante sul terreno scivoloso dell’infinito, quando Achille arriva dove la tartaruga si trovava o era, ella già si è spostata di quella frazione di percorso e di tempo, ovvero di quel tanto che la sua velocità le ha permesso relativamente alla velocità di Achille, che sarà sempre meno, ma non sarà mai zero (certo qui si potrebbe introdurre il tema di come schemi matematico geometrici o temporali possano talvolta assumere connotazioni mitologiche non meno dei personaggi in questione, ma su questo forse aiuta - o non aiuta - il dibattito ridondante tra Henri Bergson e Albert Einstein, anche lì, forse e non a caso, tra un certo tipo di psicologismo e di realismo). Oggi, nell’ “epoca dell’immagine del mondo”, il mondo digitale e informatico ci restituisce curiosamente in forma di esperienza virtuale il paradosso della tartaruga, con un’anticipazione ontologicamente differente nel secolo scorso con la diffusione della fotografia e la nascita del cinema, quindi avvicinandoci al secolo in corso con la digitalizzazione e informatizzazione delle tecnologie. Se in generale il mondo del numero immaginato dai pitagorici vede un suo doppio nella finestra del sistema operativo Windows, come schermata aperta su un mondo seriale binario, propriamente quando ascolto un CD non sto ascoltando musica bensì la sua codifica virtuale. Il supporto, ora che si è abbandonato anche il CD, in modo più evidente di qualche anno fa, viene spogliato dalla sua veste emotivamente e figuralmente più prossima all’omologo vinilico, oltre che dall’interessante luccichio riflettente, a specchio che aveva fatto quasi dimenticare le scure tracce viniliche che ci portavano il suono analogicamente, come riproduzione, materiale. Questa smaterializzazione dell’esperienza nell’immagine cui fa riferimento già Zenone nell’affermare, anzi negare, il mondo come rappresentazione, quindi la sua falsità, nel senso di apparenza, non-essere, spesso è interessante e giocosa riflessione con gli studenti a scuola. L’immagine dell’esperienza come già scomposta nel cinema, ci offre la chiave di lettura del rapporto tra realtà e sua rappresentazione già presente a modo suo a Zenone. I fotogrammi vengono accostati nel cinema a produrre l’illusione del movimento, quindi, con il sonoro e il progresso del medium, della realtà. Se aggiungiamo, anche senza soffermarci su altri elementi subliminali, la potenza delle dimensioni dell’immagine, della sua luminosità, il suono e il suo volume in cui spesso si esprimono intere orchestre, spari, terremoti, cascate, l’esperienza di fatto onirica diventa per lo più un potenziamento esponenziale dell’esperienza reale del mondo, diciamo, naturale. Prova ne è lo shock provocato dalle prime proiezioni dei fratelli Lumière in cui il treno in arrivo o le sparatorie provocarono svenimenti e fuggi fuggi collettivi. Ma distratto dalla natura composita di questo scritto che attraversa la teoria sociale, l’esperienza didattica e personale, la filosofia, ho quasi perso il filo, o la superficie. Stavo scrivendo della tartaruga di Zenone che possiamo immaginare sempre nel fotogramma successivo a quello di Achille. Potremmo anche dire, in un’ipotesi di compossibilità che Achille raggiunge la tartaruga in tutti i fotogrammi, ovvero in tutti i mondi possibili, tranne l’ultimo. Ma non voglio esagerare, più attinente alla lezione voglio solo dire che per quanto intensifichiamo e aumentiamo la quantità di fotogrammi la tartaruga resta sempre irraggiungibile, all’infinito. Oltre che un parallelo tra il paradosso di Zenone e il cinema, su cui talvolta, senza esagerare come in questa sede, mi piace giocare in classe, il parallelo centrale è quello come detto con la realtà. Se il digitale ha reso evidente anche nell’immagine la scomposizione in frammenti geometrici, pixel, traduzione visiva del codice numerico, a sua volta codifica di una polarizzazione magnetica dei circuiti, quindi materiale, interessante risulta recuperare in tutto ciò la vita, che, per chi scrive, resta il riferimento di realtà, dopo – prima di – tutto. I pittori sono stati, prima dei fotografi, i maestri nel tentativo di rappresentare la vita, pittura che è essa stessa vita, sguardo. Basti pensare a Leonardo da Vinci che aveva già immaginato le forme tecniche dei secoli a venire ma trovava nella pittura, con giusto tradimento neoplatonico di Platone, il momento conoscitivamente più alto. Merleau-Ponty quando scrive di Cezànne penso riesca a cogliere molti aspetti di questa empatia con una realtà curva, non focalizzata geometricamente, che come gli oggetti sulla tovaglia cadono senza cadere, accadono. In modo differente ma in una direzione convergente Heidegger si soffermava su alcuni particolari della pittura di Van Gogh, sugli zoccoli “di terra”. Ebbene, la realtà del gesto non è mai la scomposizione del gesto. Il braccio dell’insegnante in classe che si muove non è mai il braccio preso nell’istante, ripreso negli istanti successivi. Pensando così si è agita già una seconda astrazione rispetto a quella di un certo livello di coscienza, ovvero quella per cui esistono istanti ovvero un tempo cronologico e una rappresentazione fatti di punti geometrici sulle cui basi possiamo creare il tempo spazializzato di Zenone, del cinema e della nostra civiltà non infinita, anzi. Alla fine, non solo del film.

Il diavoletto di Cartesio
La scissione antropologica su cui si fonda la storia dell’Occidente, ovvero la scelta paradossale di Platone, che nega la poesia, praticandola nel mito, la mimesis dell’arte nutrendosi di immagini, la frenesia poetica praticando anch’egli il volo con il carro, esplicitando in questo caso il dualismo nei cavalli bianco e nero, pare nella duplicazione rivelare la natura esoterica della pratica filosofica, ovvero, de facto, la prosecuzione della tradizione filosofica e della sapienza della Grecia antica. Della scissione antropologica platonica, della sua schizofrenia che diviene quella dell’Occidente che non si può esprimere che nel conflitto, ovvero in una particolare forma di dialettica non pacifica, interessa qui però solo proseguire la singolare presunzione della filosofia di negare la realtà, dicendola “apparenza” (peraltro in compagnia dei vari pensieri umani nelle varie zone del mondo o della storia e con accentazioni più o meno mistico religiose).
Il mito della caverna oltre il cinema e il teatro non meno che oltre la realtà, porta come una macchina del tempo all’isolamento di Cartesio, nella stanza, tana, dimora, rifugio se non proprio caverna, condizione liminale che come talvolta accade partorisce un mondo. Non diversamente dal filosofo antico, prigioniero liberato dalle catene della soggettività, ove alla speculazione mitologica della caverna subentra l’antro della coscienza cartesiana, assistiamo a una carrellata di inquadrature che dal camino acceso al mobilio procede per assurdo, nel senso della demonstratio logica e anche del paradosso, nel negare la realtà per risalire a ciò che è, verità, realtà residuale, cogito, cosa pensante – dove “cosa” sembra subito un’aggiunta – res cogitans, pensiero. Questo processo di de-realizzazione pone il dubbio come esperienza di libertà, ma da che cosa? Alla realtà da cui ci si libera non succede che un “io ingannatore”, o un corpo di cui si può dubitare non meno che della realtà, cosa estesa, res estensa, mentre le cogitationes sarebbero atti della coscienza indubitabili. A garantire l’esistenza di una realtà solo pensata sarebbe Dio, quindi una natura metafisica, o per lo meno … divina, che fa da ponte all’autonomia del pensiero dell’estensione posta di fronte, non più raggiungibile della tartaruga di Zenone. Se la corrispondenza tra la realtà del pensiero e la realtà del mondo è garantita da Dio infatti, l’autocoscienza, una relazione solidale tra anima e corpo è garantita da un diavoletto, o piccolo demonio. O meglio, è garantita in negativo, dalla sua inesistenza… Seppure la deduzione fantasiosa di Cartesio sulla collocazione dell’anima può ritrovare forse interessanti rivalutazioni se accostata ai contemporanei studi delle neuroscienze o ad alcuni ambiti della neuropsichiatria dove studiano il cervello più antico o rettile, la fantasia deve essere dichiarata come tale nel caso del diavoletto, alter ego del cogito, aut-aut di esistenza, come a dire “o tu o io”. Ma nei giochi di realtà e di rovesciamento, se da un lato alla base del razionale anche come inteso da Hegel, sta Cartesio, dall’altra quest’impianto razionale ha un rapporto con il reale che si potrebbe dire mistico (o autistico). La condizione di esistenza è essere imbrogliati dal diavoletto. Generalizzando, solo in quanto sono imbrogliato sono esistente nella realtà contemporanea, non allontanandomi molto dalla coltivazione dei giardini, come dalla Scary World Theory, la mia vita coincidendo per lo più con la rappresentazione schematica dei media con cui si sovrappongono schemi identitari e di comportamento di cittadino, nell’anestesia dominante che lascia le menti sempre più appiattite. Come dire che l’apatia giovanile come altra faccia di una ipersensibilità di cui la velocità analogica della tecnologia digitale è lo stimolatore già dalla prima infanzia, non si nutre di un principio di realtà esperienziale, emotivamente significativo, lasciando personalità ipersensibili in balia di un immaginario sintetico percepito, quindi de facto, più reale del fenomenico. Esisto nella misura in cui vengo imbrogliato. Non è solo una boutade, è il principio che forma linguisticamente, quindi mentalmente, le nostre società di fruitori consumatori. Antidoti? Arte, filosofia, vita. Ironia. Controriforma.

Albert Einstein o Harry Potter?
Platone per dare realtà alla scrittura che nega, ovvero per scrivere senza scrivere, si serve per lo più di Socrate, nel teatrino dei dialoghi, che sono una forma per permettere al sé intermedio di Platone di parlare con la voce di un fantasma, per di più nell’ombra della scrittura dallo stesso Platone allontanata nella voce mitica di Teuth, insomma come dire che “solo io che scrivo senza scrivere, parlo senza parlare e esisto senza esistere posso dirvi la verità”; su questo assunto di “storia che si ferma” più o meno tutti i filosofi sono del resto in compagnia, religiosi o politici che appaiano6. Per dirla con Woody Allen nel suo film del 2010 “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”, titolo quanto mai appropriato in questo punto, “quando il tuo rivale è morto è praticamente impossibile combatterlo”. In classe di recente, dopo che un collega insegnante nella stessa classe di scienze sociali mi ha proposto di trattare le forme del ragionamento deduttivo e induttivo che avrebbe fatto gioco anche nel suo programma disciplinare, al termine della lezione ho proposto agli studenti, anzi a uno in particolare, di fare una breve ricerca sulla nota e … illuminante formula einsteiniana:
E = mC2
Avevo “per gioco” immaginato e lì per lì proposto di applicare con gli studenti i principi deduttivo e induttivo attraverso questa formula, che forse è una specie di “formula della creazione”, similmente a quella sul piano narrativo “I prefere not to” di Bartleby. Come a scuola accade lo studente predestinato era assente la lezione successiva.
Come si deve accettare in una didattica aperta in cui l’insegnante è più regista o facilitatore che deus ex cathedra, ancor più nel caso di uno che “gioca”, o, peggio, provoca, la risposta degli studenti alla domanda, peraltro vaga o impropria, è andata fuori tema, come a dire fuori bersaglio, ma forse proprio per questo ha motivato in parte questo scritto che risponde dopo anni alla mia domanda altrettanto aperta di studente a Parigi dei corsi di Derrida l’anno successivo alla morte nella stessa città del filosofo Gilles Deleuze, ovvero la realizzazione di un campo o giardino ove nascessero tanto frutti delle scienze sociali che della filosofia, insomma delle scienze umane. Le due parti della formula sono state interpretate sui generis da due teste, intelligenze, monadi mondi, insomma due studentesse della classe, divergenza nella soluzione intersoggettiva che sembra spiegare il meccanismo della comunicazione interpersonale, ovvero la dinamica di influenzamento in sé banale attivata dai mass media, e non solo.
Posto che “C” nella formula di Einstein è la velocità della luce, essa è divenuta la velocità del pensiero.
La “m” indica la massa inerziale ma anche quella relativistica che considera il corpo in movimento (quindi “m” moltiplicato per un termine che tiene conto della variazione di massa con l’aumento della velocità che in questo caso può significare il passaggio dell’informazione), diviene il rapporto della forza specifica, ovvero la posizione di potere occupata nella relazione comunicativa tra i due soggetti o “corpi”. “E”, ovvero l’energia, resta nominalmente energia, cambiando però di significato. Naturalmente come si può osservare intrecciando la formula di Newton della legge di gravitazione universale le conclusioni sull’interazione tra corpi, o soggetti, sono più immediate, meno “forzate”. Nella didattica contemporanea del resto si tratta forse ormai solo di una missione di ricamo logico, un’economia domestica della mente in cui agli errori molteplici, infiniti e stratificati si cerca di dare l’apparenza almeno di un’unità logica e, o, retorica. Poi liberi tutti e in bocca al lupo!
Ecco le conclusioni fantasiose o fantascientifiche, ma, su un altro piano, o due, forse almeno un po’ rivelatrici :
“Ognuno ha un’intelligenza”
“L’intelligenza ragiona in termini deduttivi”
“Il ragionamento deduttivo passa come informazione”
“Un'altra intelligenza rielabora l’informazione in termini deduttivi”
“E” misura il grado dell’influenza proporzionalmente alla velocità di pensiero dell’emittente e alla sua posizione dominante nella relazione. In questo passaggio consisterebbe l’induzione, ovvero un intersoggettivo “pensiero induttivo” secondo gli studenti che hanno risposto … all’induzione dell’insegnante. Possiamo aggiungere che se assumiamo questa legge “bio-elettromagnetica” come “relatività ristretta” a un piccolo gruppo di persone, possiamo allargarla come “relatività generale” se applicata alla velocità, ovvero quantità di informazioni per unità di tempo, propria alla nostra società mediale. Fuori dal gioco, possiamo aggiungere che il passaggio dal particolare al generale, e viceversa, che connota i ragionamenti deduttivo e induttivo viene qui simulato, suggerendo tra l’altro che il movimento doppio parrebbe per gli adolescenti attuali indifferente. E, date le premesse contestuali, hanno ragione. Tilt. Stand by. No signal.
Oltre alle osservazioni che ciascuno può trarre sul fatto che per i ragazzi parole differenti hanno di fatto la stessa valenza semantica per analogia, ognuno può aprirsi ermeneuticamente a seconda della propria disponibilità e adesione magica (poetica) alla realtà, che peraltro non sconvolgerebbe Cartesio e ancor meno Newton (quest’ultimo notoriamente riteneva la costante gravitazionale una scoperta alchemica non meno che scientifica, quindi assolutamente valida, in generale). In assenza di mia verifica sperimentale se non parzialmente sul piano “ristretto” del gruppo classe non so se la formula venga utilizzata in questa forma impropria, o impura, in qualche manuale di didattica motivazionale per aziende o rappresentanti, nemmeno di ipnosi, ma propenderei per assumere la provocazione non come pars destruens bensì come pars construens a cui consegue una seconda altrettanto construens, ovvero vedrei il bicchiere mezzo pieno e mezzo … pieno, di aria e di liquido . Del resto alla formula più famosa del mondo, una vera icona postmoderna, simulacro, nemmeno lo stesso Einstein dava un’importanza particolare, affermando che sarebbe stata facilmente risultanza di esiti sperimentali, mentre, come spesso accade a proposito di soggettività, nominazioni e identità, si sono avanzati alcuni documentati dubbi di paternità. Ciò che qui, prima di un accenno relativistico, mi preme, è notare rispetto al paradossale Zenone come i limiti dell’esperienza siano segnati dalla velocità della luce, cui anche Einstein si attiene. Oltre l’esperienza della luce, solo il pensiero, o la rappresentazione di fenomeni che cadono fuori dalla nostra esperienza, per taluni dei quali talvolta soccorrono ancora gli assi cartesiani, per altri l’arte che può immediatamente assecondare la curvatura fenomenica. A cavallo dei secoli quindi, nell’epoca della crisi del soggetto, dell’“Io”, delle grandi narrazioni, della psicanalisi, nel passaggio dall’isteria tradizionale curata con l’ipnosi a forme più o meno nevrotiche coltivate più tardi dai mass media nella generale confusione metropolitana, insomma verso quel postmoderno somatizzato dal più grande psicologo della storia, come egli stesso si definisce, Friedich Nietzsche, Einstein nel 1905 passa dalla teoria della relatività di Galileo Galilei a quelle generale e ristretta immaginando insieme e contro Bergson un tale a cavalcioni di una palla di cannone, che supera in questo ruolo il Barone di Münchhausen raggiungendo la velocità della luce! Da un paradosso all’altro, dalla tartaruga ai gemelli, il problema dell’assunzione di un sistema di riferimento, fisso, o stabile, si lega alla definizione del tempo da assoluto (“sensorium dei” come lo chiama Newton) a spaziale o psicologico, infine inerziale. Del resto tornando a Zenone e al cinema, alla tartaruga e al confronto con il treno, a gravi che cadono da alberi di nave o da una torre in moto solidale con la terra, allo stadio di Zenone non meno che al movimento apparente della ola dei tifosi, e perché no, a tutta una serie di paradossi percettivi che dalla Gestalt in poi occupano psicologi e comunicatori di massa, prestigiatori, insomma dal teatro No giapponese ai grafici web designer di internet, la molteplicità dei punti di vista modifica la realtà non solo di chi la percepisce. Gilles Deleuze illumina qualche tratto della realtà polisemica e stratificata proprio rimeditando la monadologia di Leibniz, arrivando così tra le altre cose a un particolare bergsonismo.
Simone Regazzoni, più semplicemente, di Deleuze ma non di molti altri che riempiono libri in modo inutilmente complicato, scrive utilmente di Harry Potter e la filosofia, sottotitolo: fenomenologia di un mito pop. Insieme a una citazione di Nietzsche, in apertura quella di Georges Bataille: “Un lampo di luce infranta, simile alla linea del fulmine, darà sempre nel corso incerto della storia un sentore di magia”. Il libro scritto da un “ragazzo” della mia generazione, una generazione, almeno in Italia, di “filosofi senza filosofia” può parlare a quella degli studenti di oggi che si preannuncia quella degli “artisti senza arte”, ovvero di velocissimi nomadi del linguaggio mediale, che temo in troppi casi non ne conosceranno le regole, ovvero la logica sottesa. Potremmo chiamarle, continuando il lavoro di un gruppo di teatro contemporaneo (i Motus di Rimini), generazioni “x” e “y”. Insomma ritroviamo le più semplici coordinate cartesiane, quelle della coincidenza di solo due variabili e non quattro, spazio tempo aristotelici e del teatro classico, di una realtà ortogonale e trasparente, ordinate e ascisse, domanda e offerta, quadrante di riferimento per acceleratori di particelle, radar, come per voli e studi astronominìci. Al di là della simpatia personale per Harry Potter che paga la propria sensibilità vedendosi già dall’infanzia individuato in famiglia come una sorta di disadattato (secondo Regazzoni un “individuo pericoloso”, colui che occupa il posto dell’altro da cui il mondo normale si sente minacciato in quanto diverso), a convincermi del libro oltre al costante riferimento a Michel Foucault è l’annuncio già nel prologo: “La realtà in cui viviamo è sempre meno una realtà univoca dai confini ben determinati e sempre più una rete complessa e articolata costituita dall’intreccio di diversi mondi, tra cui importantissimi, e a loro modo reali, quelli che si attualizzano in opere di fiction”.
Il riferimento ai quadranti per rappresentare attraverso coordinate e puntini luminosi ciò che altrimenti mancherebbe nel molto piccolo e nel molto grande di rappresentazione e di immagine, unisce in un filo… invisibile Zenone, Platone, Cartesio, Nietzsche, Bergson e Einstein, quindi la tartaruga e Potter (ovvero l’autrice J. K. Rowling che sintetizza nel femminile e nella narrazione letteraria l’onnipotenza rigenerativa del linguaggio). Nel tempo assoluto i quadranti ci riportano anche all’alternativa tra Einstein e Potter, che qui fa le veci in un certo senso anche di Bergson. Il titolo del libro di Sorrentino, non a caso geniale sceneggiatore di quella che qui abbiamo indicato come generazione “x”, soccorre ancora: “hanno tutti ragione”, non necessariamente la ragione di Cartesio, anche, a volte simultaneamente, quella del diavoletto, o del demone, meglio se socratico.


1 Jan Tilman Schwab, 1970 geboren, ist seit 2001 Lehrbeauftragter am Institut für Neuere Deutsche Literatur und Medien an der Universität Kiel.
Schwab, Jan Tilman: Fußball im Film. Lexikon des Fußballfilms
Belleville Verlag, München 2006

2 “Il faut” oltre al finale della fiaba dell’ingenuo Candido può riferirsi al detto “Il faut bouler la balle”. Bisogna far girare la palla (e passarla!).

3 La Scary World Theory nota anche come Cultivation theory con George Gebner (1919 – 2005) studia gli effetti della comunicazione di massa, in particolare televisiva, sul pubblico, ancor più quello infantile, evidenziando come abbia effetti definiti di “erosione” o “coltivazione” nel creare schemi ripetitivi e modelli di comportamento controllabili e facilmente prevedibili. La portata di questa standardizzazione affiora a scuola nel lavoro in classe ove la perdita del piano logico sequenziale a favore di quello analogico porta a evidente perdita del senso di realtà e aleatorietà delle pratiche trasmissive.

4 Testo di Pietro Babina inviato a Nazario Zambaldi e dallo stesso letto al convegno “MESTIERE ARTE” presso la Galleria Civica di Arco (Tn) invitato da Giovanna Nicoletti con l’intervento “VITA, FINZIONE, ARTE” (26 maggio 2006, Arco (Tn) “Arte e azione performativa”, Palazzo Panni, Atelier Segantini – Nuova Galleria Civica)

5 “NO (A Story of Wall Street)” dal testo di Melville “Barleby The screvener of Wall Street” inaugura una ricerca in teatro come percorso conoscitivo condiviso, che si inserisce in un’attività artistica ed educativa pluriennale intesa sempre come mediazione.
Una produzione di Teatro PraTIKo – C.R.A.T. Centro Ricerca Artistica Teatrale presentata nel 2005 il 13 maggio, data della legge 180 “Basaglia”, al Teatro Puccini di Merano, quindi al Teatro Studio di Bolzano e a Bologna.

6 Anche a questo proposito, nella forma epistolare della lettera VII Platone si metterebbe al riparo parlando in prima persona ma per dichiarare una rinuncia al mondo della realtà, politica. Nel film rispettoso delle fonti di Rossellini sulla figura di Socrate Platone non appare, vuoto evidente nella polis contro l’unico uomo giusto.
Achille “piè veloce” mi ricorda altresì l’etimo di Platone, “dall’ampia fronte”, consolandomi nelle lezioni in classe della mia calvizie, o anche di ampie spalle ovvero di corporatura imponente, in questo, insieme alle due Olimpiadi vinte dal filosofo delle idee, forse filosofo integrale, o della vita attiva, più del suo "avversario" Nietzsche.

La stessa formula sulla conversione della massa in energia e viceversa in base alla velocità questa mattina in classe è diventata una provocazione per assecondare la descrizione del funzionamento del cervello in particolare nella fase evolutiva adolescenziale ove l’energia definita variabile che si incrementa nell’adolescenza come energia psichica o esplosione ormonale risulta individuata dal prodotto tra il corpo come massa che si forma condizionata nel suo sviluppo da “c” al quadrato, ovvero sviluppo sociale della mente, velocità del pensiero che si spazializza in forme emotivamente significanti dal piano neurale a quello psichico, quindi al psicologico. Infatti come spiega David Baindridge sentimenti legati in particolare all’ansia agiscono nella produzione o inibizione degli ormoni che presiedono allo sviluppo mentale. In particolare l’amigdala che percepisce e ricorda la paura, reagendo con il “punto celeste” (nucleo ceruleo) preposto alla vigilanza e reazione alla paura produce una moltitudine di cambiamenti nel corpo degli animali e dei teenager stressati. A livello macro gli studi delle neuroscienze applicate all’andamento del mercato finanziario rivelano esiti coerenti in particolare nel rapporto di propensione al rischio in presenza di esiti più o meno frustranti, con una distinzione in base al genere per cui, prevedibilmente, le donne rielaborano ai livelli citati la paura dell’imprevisto con modalità ben più efficaci del “maschio”, come è qui il caso di dire, ricordando una delle tante “crisi” contemporanee.

Se nella fisica relativistica energia e massa possono rientrare nel principio di conservazione, essendo in condizioni particolari convertibili, lo stesso vale chiaramente più classicamente per aria e acqua. Tra l’altro il “diavoletto di Cartesio” è anche uno strumento di misurazione della pressione dei liquidi commercializzato anche in forma di diavoletto e utilizzato oltre che come gadget più utilmente nelle boe oceanografiche.

IMMAGINI DA “NO SIGNAL” laboratorio presso il liceo pedagogico Giovanni Pascoli e dallo spettacolo “CANDIDE (o il bastardo)” di Pietro Babina, festival “CRATere piccola rassegna di arte, umanità e teatro contemporaneo”, prima edizione 13 – 22 maggio 2010
www.crat.it - photo dyari

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